Atari teenage riot – Reset

Pubblicato da Alessandro Violante il maggio 4, 2014

atari-teenage-riot-resetQualcuno dice che che i computer stanno distruggendo l’umanità ma noi diciamo che sono controllati dall’uomo e che possono essere utilizzati per aiutarlo.

Qualche mese fa, sul loro sito, è stato reso disponibile uno snippet di presentazione di quest’album, un estratto da Death machine (di cui poi si parlerà nel dettaglio) che ha gettato nuovamente l’attenzione sulla band dopo un silenzio di tre anni. L’atmosfera intorno a quel minuto di preview ha scatenato le fantasie dei fan. Ovviamente nulla è come sembra, ma di questo si parlerà tra poche righe.

Sebbene le forme del messaggio che i tre berlinesi (così come la lineup) hanno portato avanti negli anni siano mutate, il tema cardine della carriera artistica degli Atari Teenage Riot è rimasto inalterato: il difficile binomio uomo-macchina che negli anni ’90, grazie al boom di Internet e alla proliferazione, nella cultura di massa, delle tematiche della depersonalizzazione e della delocalizzazione legate all’esplosione delle chat rooms e della realtà virtuale, è stato preso in oggetto con perentorietà a partire dal titolo del loro primo lavoro in studio: Delete yourself!, slogan che ha voluto esprimere la nascita dell’Io digitale e la paura che questo avrebbe soppiantato l’Io reale.

Guardando molto avanti rispetto ai loro colleghi del periodo, definendo un nuovo genere musicale chiamato digital hardcore, una mistura di tutto quello che l’elettronica stava offrendo nei primi anni ’90 con una estetica punk e un collage debitore della idee di Burroughs e di Gysin riguardanti la Terza mente, hanno confezionato una serie di album più o meno epocali, senz’altro importantissimi per lo sviluppo del crossover musicale in ambito elettronico, negli anni ’90 così come nel panorama odierno. Il loro più grande merito è stato quello di portare in ambito mainstream (sempre con le dovute proporzioni) le innovazioni di generi musicali più di nicchia (uno su tutti è l’industrial hardcore, qui presente in un brano come Transducer). Catapultiamoci quindi nei meandri del quinto disco di Alec Empire, della rumorista Nic Endo e del nuovo arrivato Rowdy Superstar.

Cosa è cambiato rispetto al lavoro precedente, Is this hyperreal? del 2011? Dal punto di vista strettamente musicale molti hanno parlato, a ragione, di un generale smussamento delle asperità il che non necessariamente rappresenta un vantaggio. Reset riavvia, in un certo senso, il passato e, di conseguenza, rappresenta un nuovo grado zero le cui fondamenta non si ergono più sulle macerie degli storici anni ’90 ma che, per la prima volta nella carriera dei nostri, vive di vita propria. E’ opportuno specificare subito che non esistono brani come Activate!, esistono invece dieci ottimi brani di electronica mista a punk, più punk che electronica. Questo è forse il disco più punk dei nostri, sebbene lo siano sempre stati. Strumenti fisici quindi e ritmiche più umane, una Nic Endo che abbandona l’effettistica e che si riscopre in grado di esibire doti canore, un interesse molto superiore per le linee melodiche, vocali e musicali, chitarra batteria e voce.

L’opener, in questo senso, è esplicativa: J1M1 è un ottimo esempio di electropunk molto groovy, una canzone che si lascia alle spalle gli eccessi delle drum machine ma che ci consegna comunque una band in forma alla quale bisogna riconoscere una grande voglia di sperimentare. La successiva Street grime è un altro brano dal forte sapore punk ancor più del precedente, che lascia una eco noise in fase conclusiva ma che nulla dà realmente alla ritmica del brano. Reset è il primo singolo estratto ed è un electropunk in mid-tempo con un refrain da stadio e con una impennata digital hardcore/breaks nel mezzo. Death machine è forse il brano più legato al loro precedente disco: sampling di chitarra distorta, ritmiche in mid-tempo incalzanti e pause caratterizzate da inserti melodici di matrice dark, voci declamatorie e inserto hip hop, ma le differenze nella natura dei beat sono evidenti nell’abbandono nella cacofonia e nella generale sensazione di linearità che, qui come in tutto il disco, permea ciascun brano del lotto, rifuggendo il cut-up selvaggio. Modern liars amplifica ancor più la scoperta melodica mettendo in evidenza le doti canore di Nic Endo in un passaggio ancor più soft per uno dei brani più leggeri, musicalmente parlando, che la band abbia mai composto. Cra$h è uno degli episodi più sperimentali, in cui ancora una volta la singer canta in un passaggio lento all’interno di un mid-tempo dalle molteplici sfaccettature, sempre all’insegna del punk più fisico. New blood è un altro episodio, stavolta più incalzante e dall’incedere più repentino, munito di uno stacco che sa di electronica, ancora una volta pensato per un coro da stadio. Transducer non è una versione ragionata di Rearrange your synapses, ma propone un approccio diverso alla materia sonora. Si parte con un veloce punk che lascia il posto ad un episodio, come accennato in precedenza, di industrial hardcore vicino alle produzioni della vecchia scuola (Laurent Ho e successivi) che, se da un lato non inventa nulla, dall’altro richiarifica che i nostri non sono una band punk ma che conoscono molto bene l’elettronica più spinta e che ne hanno la padronanza compositiva. Dopo un brano tirato come questo, segue uno degli episodi più stranianti, Erase your face, un compendio di ritmiche e sonorità che attraversano la storia degli ultimi vent’anni di electronica tra breakbeat, delay vari ed eventuali e atmosfera per così dire claustrofobica, lasciando anche spazio ad effetti che vogliono recuperare per un attimo l’animo retrò del trio. We are from the Internet conclude il lavoro con un inizio che va a pescare nel repertorio space degli artisti degli anni ’70 (come ad esempio Tangerine dream e Klaus Schulze) che ancora una volta, nelle ritmiche, fa riaffiorare la vena punk, dove un cantato molto intimo e personale (termine che chiariremo poco più avanti) accompagna l’ascoltatore in un viaggio che parla a sè stesso e che si conclude con un giro soft di tastiere. Il remix strumentale del brano conclusivo così come le versioni live di Activate! e Atari teenage riot non aggiungono altro se non la riflessione, evidente, che le coordinate siano, ancora una volta, in mutazione.

Passiamo ad analizzare il disco dal punto di vista lirico, poichè è qui che si sono registrati dei cambiamenti inusuali. Quel che più cambia tra il passato dei nostri e il presente è lo spostamento dell’attenzione dalla declamazione di concetti e input alla narrazione di storie (termine da prendere con le pinze), ovvero allo stabilirsi di un dialogo diretto con il tu ascoltatore. Quel che i nostri vogliono comunicarci è che la rivoluzione si è conclusa e ora bisogna ripartire da capo. L’esito della guerra è sconosciuta e sicuramente persistono tumulti ancora in atto, ma ora si vuole parlare il più possibile al singolo individuo, portatore di un agente di cambiamento sociale. Basta ascoltare le parole di brani come Street grime, dell’opener, così come di Modern liars e, soprattutto, della conclusiva We are from the internet. Quel che emerge più chiaramente è che il ruolo della Rete ha permesso ad ogni individuo di possedere un numero illimitato di Io digitali i quali consentono al singolo di avere molteplici vite e identità e, quindi, di non essere ingabbiati all’interno di un Io fisico. Il governo, ovvero il nemico, ha però schedato tutte le informazioni, per cui questa libertà è relativa, confinata al controllo di colui che rappresenta l’Egemone. Il dibattito è ancora aperto e di certo gli ATR non possono offrire soluzioni concrete se non quella di reagire all’equilibrio e al sistema, loro costante da sempre.

Se il Reset rappresenta il nuovo mezzo per cancellare quel che di più ingiusto il mondo abbia da offrire, in primis guerre e cattive pratiche governative, le persone, rifiuti della società, Street grime, hanno bisogno di farsi forza l’un l’altra per affrontare un futuro che si ergerà sulle macerie di ciò che è stato. La rivoluzione può essere attuata in molti modi, non necessariamente attraverso il puro e semplice assalto sonoro, ma deve nascere dentro di noi, come ben viene fuori da J1M1. I computer sono uno strumento di ausilio ma sono anche una sorta di Modern liars che possono offrire tutto e il loro contrario.

Non è il disco che il die hard fan si poteva aspettare, ma non era questa loro la intenzione. E’ qualcosa di più in cui ognuno troverà il suo metro di giudizio.

Voto: 9,5
Label: Digital hardcore records

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